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9 Giugno 2026

Quando lo Stato ferisce i suoi lavoratori: appello alle Istituzioni perché restituiscano dignità, giustizia e verità.

Lettera aperta al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio dei Ministri, ai Ministri competenti, al Presidente della Camera dei Deputati e al Presidente del Senato della Repubblica.

Questa lettera nasce dal dolore ancora vivo di migliaia di lavoratori italiani che, durante l’emergenza Covid, sono stati privati del lavoro, dello stipendio e della dignità.

Dietro ogni sospensione non c’era una pratica amministrativa, ma una persona. C’era una famiglia costretta alla paura, un genitore senza reddito, una casa attraversata dall’angoscia, un lavoratore umiliato dopo anni di servizio, un cittadino lasciato solo proprio quando avrebbe avuto più bisogno di sentirsi protetto dalle istituzioni.

Chi ha vissuto quei mesi non ha perso soltanto una retribuzione. Ha perso serenità, fiducia, riconoscimento sociale. Ha conosciuto l’isolamento, il giudizio, l’incertezza, la vergogna di dover spiegare ai propri figli perché lo Stato, invece di ascoltare, aveva scelto di escludere.

Quella ferita è ancora aperta. E oggi chiede verità, giustizia e restituzione.

Le recenti dichiarazioni dell’On. Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia nella Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid, rappresentano un passaggio di grande rilievo civile, politico e morale. A lei va un sincero plauso per il coraggio dimostrato nel rompere il silenzio, nel non piegarsi alla rimozione e nel riportare al centro del dibattito ciò che non avrebbe mai dovuto essere sacrificato: la Costituzione, la libertà dei cittadini, la dignità del lavoro e la responsabilità delle istituzioni.

L’On. Buonguerrieri sta dimostrando che il mandato parlamentare non può ridursi a disciplina di schieramento o convenienza politica, ma deve essere servizio alla verità e ai cittadini. Difendere la Costituzione non significa soltanto citarla nelle cerimonie ufficiali: significa invocarla quando cittadini reali vengono colpiti nel lavoro, nel reddito, nella libertà e nella dignità.

I diritti costituzionali non sono privilegi concessi dall’alto. Sono conquiste pagate dalla storia, spesso con il sacrificio e con il sangue di chi ha lottato perché l’Italia fosse una Repubblica libera, democratica e fondata sulla dignità della persona. Quei diritti devono essere difesi a ogni costo, soprattutto quando è più scomodo farlo.

Proprio per questo, il coraggio dell’On. Buonguerrieri evidenzia il silenzio di molti altri rappresentanti delle istituzioni. Troppi parlamentari, troppi esponenti politici, troppi decisori pubblici che hanno sostenuto, votato, giustificato o lasciato applicare misure lesive oggi sembrano sottrarsi al dovere della responsabilità.

Ma chi rappresenta il popolo non può essere presente quando si decide e assente quando si devono affrontare le conseguenze delle decisioni prese.

La fiducia del popolo non è un assegno in bianco. È un patto sacro tra cittadini e istituzioni. Quando lo Stato limita libertà fondamentali, deve rispondere della necessità, della proporzionalità e della giustizia delle proprie scelte. Quando priva un lavoratore dello stipendio, non tocca un dato contabile: entra nella vita concreta di una famiglia.

Chi occupa le più alte cariche della Repubblica porta una responsabilità che non può essere elusa. Il Presidente della Repubblica è garante della Costituzione. Il Presidente del Consiglio e i Ministri governano nel rispetto dei diritti fondamentali. I Presidenti delle Camere presiedono i luoghi in cui la sovranità popolare deve trovare voce, controllo e tutela. A ciascuno di questi ruoli corrisponde un dovere: custodire la legalità costituzionale e proteggere i cittadini dagli abusi.

La vicenda dei lavoratori sospesi per mancata vaccinazione anti-Covid non può più essere liquidata come un capitolo inevitabile dell’emergenza. La nostra Repubblica è fondata sul lavoro, non sulla paura, non sull’esclusione, non sull’obbedienza forzata. Il lavoro non è una concessione revocabile né un premio riservato a chi si conforma. È dignità, libertà, partecipazione alla vita del Paese.

La sospensione dal lavoro e dalla retribuzione ha prodotto conseguenze concrete e profonde: ha privato migliaia di cittadini dei mezzi di sostentamento, li ha esposti alla marginalizzazione e al giudizio sociale, li ha costretti a vivere una precarietà materiale e morale che nessuna formula burocratica potrà mai cancellare.

La recente sentenza della Corte d’Appello di Bologna, sezione Lavoro, richiamata dalle dichiarazioni dell’On. Buonguerrieri, conferma la necessità di una rivalutazione seria di quella stagione. Il caso del dipendente di Cesena, sospeso per undici mesi e privato della retribuzione pur non lavorando a stretto contatto con i malati, mostra quanto fosse fragile, sproporzionata e ingiusta la logica delle sospensioni generalizzate.

Se la sospensione veniva giustificata con l’esigenza di impedire il contagio attraverso l’esclusione dei non vaccinati dai luoghi di lavoro, il fatto che la vaccinazione non impedisse la trasmissione del virus incide profondamente sul fondamento logico, giuridico e morale di quelle misure.

Oggi non si può chiedere a chi è stato sospeso di fingere che nulla sia accaduto. Non si può dire a chi ha perso mesi di stipendio che tutto appartiene al passato. Non si può archiviare la sofferenza di intere famiglie con il linguaggio freddo della necessità emergenziale.

Per chi ha vissuto quella stagione sulla propria pelle restano bollette non pagate, risparmi consumati, notti insonni, reputazione ferita e una fiducia istituzionale profondamente incrinata. E quando la fiducia si incrina, non basta il tempo a ricostruirla. Serve verità. Serve responsabilità. Serve riparazione.

Il diritto non può reggersi sulla paura. La legge non può trasformarsi in minaccia. La salute pubblica non può diventare strumento di ricatto morale ed economico, soprattutto quando sono in gioco libertà personali, diritti sociali e dignità del lavoratore.

Non sono mancate, in questi anni, pronunce giudiziarie che hanno sollevato profili di illegittimità, discriminazione e sproporzione, riconoscendo in diversi casi il diritto dei lavoratori sospesi a ottenere quanto non percepito. Ma questi segnali non possono restare affidati soltanto al coraggio individuale di chi ha avuto la forza, le risorse economiche e la resistenza psicologica per affrontare un processo. Molti lavoratori non hanno potuto ricorrere, ma il fatto che siano rimasti senza voce non significa che non abbiano subito un’ingiustizia.

Per questo serve una risposta politica, legislativa e istituzionale. Non basta più osservare. Non basta rinviare. Non basta lasciare ai tribunali ciò che richiede una scelta morale e pubblica.

Chiediamo al Presidente della Repubblica, al Governo e al Parlamento di assumere una posizione chiara, coraggiosa e riparatrice. Chiediamo che venga riconosciuta la lesione subita dai lavoratori sospesi, che siano restituiti i diritti sottratti, che venga corrisposto quanto ingiustamente non pagato, che siano ricostruite le posizioni lavorative, contributive e professionali compromesse e che venga cancellata ogni ombra di colpa su cittadini che hanno esercitato la propria libertà.

Il reintegro non basta. Ha riaperto una porta, ma non ha cancellato ciò che è accaduto quando quella porta era rimasta chiusa. Non ha restituito i mesi senza stipendio, non ha riparato l’umiliazione subita, non ha compensato il danno economico, umano e sociale prodotto.

Restituire il dovuto non è un favore: è giustizia. Riconoscere l’errore non indebolisce le istituzioni, le rende più autorevoli. Solo uno Stato capace di correggersi può chiedere davvero fiducia ai propri cittadini.

Il popolo italiano non chiede vendetta. Chiede verità. Non chiede privilegi. Chiede giustizia. Non chiede parole di circostanza. Chiede atti concreti.

Non ci sarà piena pacificazione senza verità. Non ci sarà fiducia senza responsabilità. Non ci sarà giustizia senza restituzione.

È tempo di restituire diritti, retribuzioni, contributi, dignità e fiducia.

Perché ciò che è stato ingiustamente sottratto non può restare nelle mani dello Stato. Deve tornare ai cittadini, ai lavoratori, alle famiglie, alla dignità stessa della Repubblica.

Che il Futuro ci sia Amico!

Aversa (CE) lì, 08 giugno 2026

Il Segretario Generale Nazionale

Antonio Porto

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