
Egr. Presidente del Consiglio, Egr. Ministro dell’Interno, Egr. Capo della Polizia,
otto poliziotti feriti, Volanti accerchiate e devastate, pietre, spranghe, tavoli e sedie contro uomini in divisa che stavano semplicemente tentando di fare il proprio dovere. Quello accaduto a Falsomiele (Palermo) non può essere liquidato come l’ennesimo episodio di violenza contro le Forze dell’Ordine, né può essere archiviato con il solito comunicato di solidarietà destinato a essere dimenticato dopo poche ore.
Quando decine di persone possono scendere in strada, circondare le pattuglie e tentare di impedire alla Polizia di intervenire, il problema non riguarda più soltanto l’ordine pubblico di un quartiere. Il problema riguarda direttamente l’autorità dello Stato e la sua capacità di esercitare un controllo reale sul territorio.
Bisogna avere il coraggio di dirlo con chiarezza: questa è anche la conseguenza di una politica della sicurezza che da anni dimostra tutti i propri limiti, mentre chi lavora sulla strada continua a fare i conti con organici insufficienti, territori sempre più difficili da presidiare, mezzi non sempre adeguati e carichi di lavoro crescenti.
Anche il Dipartimento della Pubblica Sicurezza non può continuare a guardare altrove. Troppo spesso assistiamo a riorganizzazioni, accorpamenti, rimodulazioni degli uffici e interventi che sembrano incidere molto più sugli assetti dirigenziali che sulla presenza concreta delle pattuglie nelle strade. Eppure la domanda che arriva dalla base è semplicissima: quanti uomini abbiamo realmente per garantire il controllo del territorio?
Perché nessun organigramma può fermare una sassaiola, nessuna circolare può proteggere una Volante accerchiata e nessuna riforma sulla carta può sostituire la presenza fisica di poliziotti, equipaggi e mezzi laddove lo Stato deve far sentire la propria presenza prima che esploda la violenza.
Ed è proprio qui che emerge tutta la contraddizione di una politica nazionale capace di trovare enormi risorse per scenari internazionali, armamenti e conflitti oltre i nostri confini, mentre quando si parla di sicurezza interna, controllo del territorio, condizioni operative, stipendi, strutture e tutela di chi indossa una divisa, improvvisamente tornano a dominare compatibilità di bilancio, limiti di spesa e risparmi.
Noi questa scala delle priorità la contestiamo.
Per OSA Polizia la prima missione dello Stato italiano deve essere proteggere i propri cittadini e mettere le Forze dell’Ordine nelle condizioni concrete di garantire sicurezza. Quello accaduto a Falsomiele dimostra che non sono state assaltate soltanto alcune volanti: è stata sfidata apertamente l’autorità dello Stato.
Quando un gruppo di persone arriva a ritenere possibile affrontare fisicamente la Polizia per impedire un intervento, significa che in quel territorio la percezione della forza e della presenza dello Stato si è già pericolosamente indebolita.
Le responsabilità penali verranno accertate nelle sedi competenti, ma quelle politiche e amministrative non possono continuare a essere nascoste dietro dichiarazioni di circostanza. Non possiamo accettare ancora lo stesso copione: poliziotti feriti, solidarietà istituzionale, qualche frase indignata e poi il silenzio.
Al Ministro dell’Interno chiediamo quale sia il progetto concreto per rafforzare stabilmente quei territori nei quali le pattuglie vengono ormai aggredite e accerchiate. Al Dipartimento della Pubblica Sicurezza chiediamo quante unità manchino realmente negli uffici operativi e nelle Volanti e quali risorse si intendano destinare al controllo effettivo del territorio.
Perché continuare a mandare pochi uomini ad affrontare situazioni sempre più violente e poi definirli eroi quando finiscono in ospedale non è una politica della sicurezza.
È scaricare sui poliziotti il prezzo delle inefficienze dello Stato.
Agli otto colleghi feriti va tutta la nostra vicinanza, ma oggi non bastano più parole di solidarietà.
OSA Polizia chiede che lo Stato torni a fare pienamente lo Stato, prima nelle nostre città, prima nei nostri quartieri, prima accanto ai cittadini e ai poliziotti italiani.
Perché quando lo Stato arretra, quel vuoto viene occupato dall’illegalità. E a pagare il conto, troppo spesso, sono ancora una volta quelli che indossano una divisa.
Che il futuro ci sia Amico.
Aversa (CE), lì 16 settembre 2026
La Segreteria Nazionale
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