Non siamo davanti a una semplice proposta di riassetto organizzativo, né a un innocuo contributo al dibattito istituzionale. Dietro il presunto “dettato” si intravede un progetto ben più grave: ridimensionare il ruolo del Questore quale Autorità provinciale di Pubblica Sicurezza e modificare profondamente gli equilibri sui quali si fonda l’ordinamento democratico della sicurezza nel nostro Paese.
Qualora questo disegno dovesse trovare spazio, ipotesi che riteniamo politicamente, giuridicamente e istituzionalmente inaccettabile, il governo dell’ordine e della sicurezza pubblica rischierebbe di essere progressivamente concentrato nelle mani di un’organizzazione militare dotata di una struttura capillare e ramificata sull’intero territorio nazionale. È dunque legittimo domandarsi quale modello di sicurezza e, soprattutto, quale modello di Stato si intenda costruire attraverso il progressivo indebolimento delle Autorità civili e tecniche di Pubblica Sicurezza.
È ormai difficile negare che sia in corso l’ennesimo tentativo di erosione delle prerogative del Questore. Il Prefetto, almeno per il momento, sembrerebbe restare fuori dalla linea di tiro, mentre il bersaglio appare sempre più evidente: indebolire gradualmente la funzione dell’Autorità tecnica di Pubblica Sicurezza, fino a svuotarla di competenze, autonomia e centralità istituzionale.
Una lettura corretta dei decreti legislativi n. 297 e n. 162 non conduce affatto alle conclusioni sostenute dai promotori dell’iniziativa. Al contrario, rende ancora più evidente la complessità ordinamentale e funzionale dell’Arma dei Carabinieri, i cui appartenenti dipendono, sotto il profilo operativo, da molteplici autorità istituzionali, mentre sul piano gerarchico e disciplinare restano inseriti in una catena di comando militare che culmina nel Comandante Generale e, più in alto, nel Capo di Stato Maggiore della Difesa.
È proprio in questa sovrapposizione di dipendenze e responsabilità che emerge una questione enorme, che nessuno può permettersi di sottovalutare. Nel documento viene invocato ripetutamente il coraggio di cambiare, di evolversi e di superare modelli ormai appartenenti al passato. Un principio che potrebbe persino essere condivisibile, se non fosse accompagnato dall’inquietante convinzione che tutti debbano cambiare, tranne l’Arma dei Carabinieri.
Si pretende, infatti, di riformare l’intero sistema della sicurezza pubblica senza mettere minimamente in discussione la natura, la struttura e la dipendenza militare di chi rivendica nuove e ulteriori prerogative.
Gli autori della proposta sembrano non accorgersi di riproporre proprio quella condizione dalla quale la Polizia di Stato si è affrancata attraverso una lunga, sofferta e coraggiosa battaglia democratica: una dipendenza funzionale da molteplici autorità accompagnata da una subordinazione gerarchica e disciplinare ai vertici militari del Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza.
La smilitarizzazione della Polizia di Stato non fu un incidente della storia, né una semplice modifica amministrativa. Fu una conquista di libertà, democrazia, dignità professionale e responsabilità civile. Tornare indietro, anche soltanto attraverso ambigue sovrapposizioni di competenze o interpretazioni estensive delle norme, significherebbe colpire al cuore quella riforma e tradire lo spirito della legge n. 121 del 1981.
Nelle democrazie evolute, l’Autorità provinciale e nazionale di Pubblica Sicurezza è esercitata dal potere civile, quale garanzia di equilibrio, responsabilità democratica e tutela delle libertà fondamentali. Nei sistemi assolutistici, autoritari o tirannici, al contrario, il ruolo di Autorità di Pubblica Sicurezza può essere progressivamente assorbito o condizionato da apparati militari, con il rischio di alterare il rapporto tra cittadini, istituzioni e forza pubblica.
È necessario, dunque, riaffermare con chiarezza la sacralità dei valori e degli obblighi fondanti dello Stato di diritto, che garantiscono le libertà democratiche non negoziabili, non comprimibili e non alienabili.
Se un organismo, qualunque sia la sua appartenenza, propone, sostiene o improvvisa una manovra finalizzata a modificare questi equilibri politici e istituzionali di libertà, aggirando le regole sulle quali si fondano le democrazie, ci si trova dinanzi a un tentativo di stravolgimento dell’architettura democratica dello Stato, che assume i contorni di un vero e proprio “golpe” istituzionale.
Per questo OSA Polizia confida che le Organizzazioni Sindacali della Polizia di Stato, un tempo custodi dell’ateneo della democrazia e della memoria delle battaglie che portarono alla smilitarizzazione, riflettano con estrema serietà sulle responsabilità politiche, sociali, istituzionali e deontologiche che deriverebbero dall’agevolare, sostenere o anche soltanto simpatizzare con simili tentativi destabilizzanti.
Chi oggi dimentica quella storia rischia di rinnegare l’immensa eredità morale, civile e professionale lasciata dai padri “carbonari” della Polizia democratica, che lottarono non per consegnare la Pubblica Sicurezza a nuove sovrapposizioni militari, ma per affermare una Polizia civile, democratica, responsabile e pienamente inserita nello Stato di diritto.
Appare inoltre sconcertante che un “Comitato” che si autodefinisce sindacato, ma che opera all’interno di un ordinamento militare ancora fortemente condizionato nell’esercizio delle libertà sindacali, professionali e individuali, possa promuovere tavoli e progetti legislativi destinati a sconvolgere l’architettura della Pubblica Sicurezza, escludendo dal confronto il Presidente del Consiglio dei Ministri e il Capo della Polizia – Direttore Generale della Pubblica Sicurezza.
Non si tratta di una semplice anomalia procedurale, ma di una scelta politicamente e istituzionalmente gravissima, che impone di comprendere chi autorizzi simili fughe in avanti, chi sostenga realmente questo progetto, quali interessi vi siano dietro e chi intenda trarne vantaggio. La questione non riguarda soltanto l’organizzazione delle Forze di polizia, ma investe direttamente l’equilibrio tra potere civile, apparati militari e responsabilità democratica.
Iniziative analoghe furono già avanzate negli anni Novanta da esponenti dell’Arma che si presentarono come sindacalisti e che, successivamente, conclusero la propria carriera raggiungendo i massimi gradi della gerarchia militare. La storia, evidentemente, rischia di ripetersi. Questa volta, però, nessuno potrà sostenere di non aver compreso la portata dell’operazione.
In quella stagione vi fu almeno un sindacalismo autentico che seppe intervenire con fermezza in difesa del ruolo del Questore e dell’ordinamento democratico della Pubblica Sicurezza, mentre il silenzio dei Prefetti e degli stessi Questori diventava assordante. Fu allora affermato un principio che oggi deve essere ribadito con ancora maggiore forza: in uno Stato democratico è irrazionale, pericoloso e istituzionalmente incompatibile affidare a un’organizzazione militare il ruolo di Autorità di Pubblica Sicurezza.
La sicurezza pubblica non può diventare terreno di conquista, né può essere occupata attraverso interpretazioni forzate, tavoli riservati o progetti costruiti alle spalle della Polizia di Stato. Non può essere progressivamente consegnata a una catena di comando militare, alterando quella separazione tra funzione civile e struttura militare che rappresenta una garanzia fondamentale per ogni ordinamento democratico.
Il ruolo del Questore non si tocca. Difendere il Questore quale Autorità provinciale di Pubblica Sicurezza significa difendere la natura civile e democratica dello Stato, la centralità della Polizia di Stato e il delicato equilibrio tra le istituzioni della Repubblica.
Chi tenta di modificare questo equilibrio deve sapere che troverà una resistenza ferma, pubblica e intransigente. Perché quando qualcuno prova a riscrivere silenziosamente l’architettura della sicurezza nazionale, tacere non è prudenza.
È complicità.
Che il Futuro ci sia Amico!
Aversa (CE), lì 08 luglio 2026
La Segreteria Nazionale
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