
LETTERA APERTA AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO GIORGIA MELONI
Sicurezza, Forze di Polizia e il fallimento di un sistema che svuota lo Stato.
Presidente Meloni,
c’è una verità che da troppo tempo viene aggirata, addolcita, mascherata o taciuta. È la verità sullo stato reale delle Forze di Polizia, sulla condizione degli organici, sull’impiego distorto del personale e sul progressivo svuotamento della funzione stessa della sicurezza pubblica. Ed è una verità che non può più essere coperta da dichiarazioni di principio, da soluzioni apparenti o da interventi pensati più per rassicurare l’opinione pubblica che per affrontare il problema alla radice.
OSA Polizia ritiene doveroso dirlo con chiarezza: gli ausiliari non rappresentano la soluzione al dissesto degli organici nelle Forze di Polizia. Non lo rappresentano perché il nodo centrale non è soltanto la quantità del personale disponibile, ma l’uso che dello stesso personale viene fatto. Il problema, oggi, è prima di tutto strutturale, organizzativo e funzionale. È il frutto di una macchina che ha progressivamente smarrito il senso delle priorità, che disperde risorse umane preziose, mortifica competenze costruite negli anni e sottrae professionalità essenziali ai compiti per i quali dovrebbero essere impiegate.
Il punto non è semplicemente che mancano uomini. Il punto è che troppi uomini ci sono, ma vengono utilizzati dove non dovrebbero essere. È qui che si consuma la frattura più grave tra il dovere dello Stato e la realtà vissuta ogni giorno da chi indossa la divisa. Ispettori e Sovrintendenti vengono frequentemente impiegati al di fuori delle proprie funzioni, allontanati dai compiti operativi, investigativi e di coordinamento che dovrebbero caratterizzare il loro ruolo, e destinati ad attività che nulla hanno a che vedere con la qualificazione acquisita, con la missione istituzionale e con l’interesse pubblico. Accade così che personale altamente formato venga utilizzato per incombenze burocratiche, logistiche, materiali o di supporto improprio, mentre i servizi essenziali di controllo del territorio, di polizia giudiziaria e di sicurezza operativa vengono impoveriti o lasciati scoperti.
Questa distorsione non è episodica, non è marginale e non è tollerabile. È diventata sistema. Ed è un sistema che produce uno spreco intollerabile di risorse pubbliche e una lesione profonda della dignità professionale di migliaia di operatori. Quando una struttura dello Stato arriva al punto da utilizzare personale di polizia per compiti che potrebbero essere svolti da figure civili, amministrative o tecniche, non si è più dinanzi a una semplice inefficienza: si è dinanzi a una degenerazione organizzativa che altera il senso stesso dell’istituzione.
Nel frattempo, mentre professionalità mature vengono disperse in impieghi impropri, i servizi più delicati vengono spesso sostenuti da giovani colleghi non adeguatamente formati, esposti troppo presto a responsabilità complesse e lasciati senza quella guida, quella protezione e quella filiera professionale che uno Stato serio avrebbe il dovere di garantire. È anche da qui che nasce la fuga dai servizi operativi, il disagio crescente, il senso di abbandono, la perdita di motivazione. E tutto questo ricade inevitabilmente sulla qualità della sicurezza offerta ai cittadini.
La verità, Presidente, è che una parte rilevante del personale della Polizia di Stato viene oggi sottratta alle funzioni proprie del controllo del territorio e della sicurezza pubblica per essere assorbita in attività non consone al ruolo rivestito. Per questa ragione ogni proposta che pretenda di affrontare la questione degli organici senza intervenire sul nodo dell’impiego improprio del personale rischia di essere non una soluzione, ma un’ulteriore mistificazione. La sicurezza non si rafforza aggiungendo figure tampone a un sistema disordinato. La sicurezza si rafforza restituendo coerenza, razionalità e giustizia a quel sistema.
La storia normativa e organizzativa lo dimostra con particolare evidenza. La Legge 121/81 prevedeva l’assunzione di oltre 20.000 civili nelle attività burocratiche e amministrative e destinava gli Ispettori a funzioni info-investigative. Oggi, pur in presenza di un numero di Ispettori enormemente superiore rispetto al passato, si registrano ancora gravi sofferenze negli uffici, difficoltà negli incarichi di ufficiale di polizia giudiziaria, impoverimento del controllo del territorio e una generale confusione nella distribuzione delle risorse. È una contraddizione che dovrebbe interrogare seriamente chiunque abbia responsabilità di Governo. Perché se cresce il personale qualificato e diminuisce l’efficienza complessiva del sistema, allora il problema non è quantitativo. È qualitativo, politico e gestionale.
Ed è qui che emerge la responsabilità più profonda. Da troppo tempo si tollera, quando non si difende apertamente, un assetto fondato su equilibri interni, posizioni consolidate, distacchi, sovrastrutture, impieghi impropri e assetti organizzativi che non rispondono all’interesse generale, ma a logiche di conservazione. Si continua a chiedere sacrifici a chi opera nei servizi esposti, nei commissariati, nelle volanti, nei territori più difficili, mentre altrove si sedimentano privilegi, funzioni svuotate di senso e modalità di impiego che nulla hanno a che vedere con l’idea moderna, efficiente e credibile di una forza di polizia.
Per questo OSA Polizia ritiene che oggi non servano formule consolatorie né misure simboliche. Serve, invece, una scelta politica netta. Serve il coraggio di riconoscere che il problema degli organici non può essere affrontato senza una radicale revisione dell’impiego del personale. Serve liberare migliaia di poliziotti da mansioni improprie, ricondurre Ispettori e Sovrintendenti alle funzioni per cui esistono, sostituire con personale civile chi oggi svolge compiti amministrativi o burocratici, investire davvero nella formazione dei giovani operatori e ristabilire una catena di impiego coerente con le finalità istituzionali della Polizia di Stato. Serve, soprattutto, la volontà di guardare dentro i palazzi, negli uffici, nelle articolazioni centrali e periferiche, per verificare senza infingimenti quanta parte della forza disponibile sia stata sottratta, nel tempo, alla sicurezza reale.
Questa è la prova della serietà di un Governo. Non la capacità di annunciare, ma quella di correggere. Non la ricerca del consenso immediato, ma la forza di assumere decisioni giuste anche quando toccano rendite, abitudini e privilegi sedimentati. Perché la sicurezza non è materia da propaganda. È una funzione essenziale dello Stato e richiede verità, rigore e responsabilità.
Presidente Meloni, se davvero si vuole restituire credibilità all’azione pubblica in materia di sicurezza, il primo passo è dire al Paese la verità. La verità è che oggi le Forze di Polizia non hanno bisogno di interventi cosmetici, ma di una riforma seria, esigente e coraggiosa. Hanno bisogno di essere liberate da un sistema che disperde uomini, consuma vocazioni, svilisce qualifiche e sottrae energie alla tutela concreta dei cittadini. Hanno bisogno di un’organizzazione che rimetta al centro il territorio, la funzione operativa, l’indagine, la professionalità e il rispetto del ruolo.
OSA Polizia non intende accettare in silenzio questa deriva. Non davanti allo spreco di risorse pubbliche. Non davanti all’umiliazione professionale di chi serve lo Stato. Non davanti a una macchina amministrativa che continua a impoverire la sicurezza reale mentre preserva assetti ormai indifendibili. Gli italiani meritano protezione effettiva, non rassicurazioni di comodo. Le Forze di Polizia meritano rispetto autentico, non impieghi impropri. Lo Stato merita verità, non rappresentazioni utili soltanto a rinviare il problema.
E la verità, oggi, è una sola: finché non si avrà il coraggio di intervenire sulle cause profonde di questa distorsione, la sicurezza degli italiani non sarà mai garantita come dovrebbe.
Aversa (CE), lì 21 aprile 2026
Il Segretario Generale Nazionale
Antonio Porto
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