
“Il Magnifico”: il nome di copertura di un sistema indegno.
Egregi Dirigenti,
vi chiamiamo ancora così soltanto perché il ruolo che ricoprite impone una forma che la vostra condotta, invece, non merita più da tempo.
Per il resto, le parole adatte a descrivere ciò che avete consentito, tollerato e coperto dentro la struttura denominata “Il Magnifico” sarebbero ben altre. E sarebbero parole durissime. Parole che chiunque abbia ancora un minimo di coscienza, entrando in quel luogo, pronuncerebbe senza esitazione.
Noi abbiamo scelto di aspettare qualche giorno prima di scrivere. Non per raffreddare la denuncia, ma per evitare che la rabbia, sacrosanta, producesse espressioni ancora più violente di quelle che la realtà già impone. Perché una cosa deve essere chiara: quello che abbiamo visto il 12 marzo u.s. non è una semplice disfunzione, non è una svista, non è un problema tecnico. È il prodotto di un sistema malato. È il risultato diretto di una cultura amministrativa fondata sul rinvio, sulla viltà, sullo scaricabarile e sul totale disprezzo per la dignità dei poliziotti.
Quello che avete costruito, o lasciato marcire, a Firenze non è un presidio degno della Polizia di Stato. È un simbolo di abbandono. È la fotografia impietosa di un’Amministrazione che pretende disciplina e spirito di servizio da uomini e donne in divisa, mentre restituisce loro ambienti indecorosi, condizioni umilianti e un livello di disinteresse che sfiora l’offesa personale.
Dentro quel luogo si vive e si lavora in condizioni che nessuno avrebbe il coraggio di accettare per sé, per i propri familiari, per i propri uffici, per i propri privilegi. E invece tutto questo viene imposto a chi ogni giorno regge il peso della sicurezza pubblica, a chi continua a fare il proprio dovere con serietà, abnegazione e senso dello Stato, anche quando lo Stato, attraverso voi, dimostra di non avere alcun rispetto per loro.
Parliamo di alloggi collettivi che sembrano celle, di ambienti saturi di umidità, segnati dalla muffa, feriti dalle infiltrazioni d’acqua, umiliati da secchi sistemati a raccogliere quello che cade dal soffitto. Parliamo di una struttura nella quale perfino i servizi igienici riservati alle donne risultano inadeguati o assenti, costringendo colleghe impegnate nelle giornate di aggiornamento professionale a condizioni indegne di un Paese civile. Parliamo di una stanza già interessata da incendio e non adeguatamente messa in sicurezza, dalla quale si continua a respirare odore di fuliggine come se nulla fosse, come se anche il pericolo ormai fosse stato normalizzato.
Ma il punto più grave, quello che inchioda tutti alle proprie responsabilità, è che qui non siamo più davanti soltanto a problemi strutturali. Qui siamo davanti a un’idea precisa del personale: non lavoratori da tutelare, non servitori dello Stato da rispettare, ma corpi da sistemare, sopportare, controllare e zittire.
Perché nel “Magnifico” non si nega solo il comfort, che già sarebbe una vergogna. Si nega il minimo della dignità umana. Si pretende che il personale trascorra giornate intere a fissare pareti e soffitti, in un vuoto materiale e psicologico che logora la mente prima ancora del corpo. Si arriva perfino a vietare il possesso di un semplice libro sul comodino. Questo non è rigore. Non è organizzazione. Non è sicurezza. È miseria culturale. È ottusità di potere. È la dimostrazione plastica di una concezione punitiva e autoritaria del personale.
Ed è qui che la questione smette di essere solo sindacale e diventa apertamente politica.
Perché quando un’Amministrazione tollera tutto questo, sta dicendo ai propri poliziotti che valgono meno di una procedura, meno di una firma, meno della tranquillità di chi deve arrivare alla pensione senza scosse. Sta dicendo che il problema non è il degrado, ma chi lo denuncia. Non l’umiliazione quotidiana, ma il fastidio provocato da chi rifiuta di tacere.
E infatti, accanto alla vergogna amministrativa, abbiamo assistito anche alla vergogna pseudo-sindacale.
Perché il quadro sarebbe incompleto se non denunciassimo anche il comportamento di chi dovrebbe difendere i colleghi e invece sceglie di farsi guardiano dello status quo. Chi, nei pressi dell’assemblea, si è posizionato con atteggiamento intimidatorio per scoraggiare la libera partecipazione dei colleghi, non ha esercitato una funzione sindacale: ha esercitato una funzione di controllo. Ha agito da cane da presa del sistema, da custode di tessere e rendite di posizione, da sorvegliante del dissenso. E la prova l’abbiamo avuta subito dopo, quando, terminata quella presenza ingombrante, i colleghi sono comparsi numerosi, come liberati da una pressione che non aveva nulla di democratico e nulla di sindacale.
Questo è il punto: a Firenze non c’è solo un problema di strutture. C’è un sistema di complicità. C’è un blocco fatto di attendismo dirigenziale, conformismo sindacale, piccole convenienze personali e grande disprezzo per i poliziotti veri, quelli che lavorano, quelli che subiscono, quelli che vengono richiamati al dovere mentre tutto intorno a loro crolla.
Avete toccato il fondo. E forse, peggio ancora, vi siete convinti che fosse normale.
Avete leso l’onore di una storia che non vi appartiene e che, evidentemente, non siete nemmeno in grado di comprendere. Avete tradito il sacrificio di chi ha lottato davvero per la dignità dei poliziotti italiani, dai Poliziotti Democratici del ’47 ai gloriosi Carbonari, uomini che hanno pagato con isolamento, persecuzioni, repressione, carcere e talvolta con la vita l’idea che anche in questa Amministrazione potessero esistere diritti, dignità e libertà sindacale vera. Non hanno combattuto per consegnarci questo presente miserabile, fatto di carrierismo, paura e servilismo.
La verità è che, se oggi Firenze non è lo specchio della sua grandezza civile, è anche perché i suoi poliziotti vengono umiliati da chi dovrebbe metterli nelle condizioni migliori per servire la collettività. E chi contribuisce a mantenere questo equilibrio marcio, chi lo copre, chi lo difende, chi lo giustifica o chi prova a intimidire i colleghi perché nulla cambi, è corresponsabile quanto chi firma, dispone e tace.
Noi di OSA Polizia non saremo mai parte di questo meccanismo putrido.
Non chiediamo tessere. Non cerchiamo protezioni. Non mendichiamo spazi. Non coltiviamo rapporti di convenienza. Non siamo disponibili a fare da foglia di fico a nessuno. Continueremo la nostra vertenza perché è il nostro compito, il nostro dovere e, oggi più che mai, la nostra missione. Lo faremo senza inchinarci, senza arretrare, senza addolcire il linguaggio per tranquillizzare chi non merita alcuna tranquillità.
Questa lettera, dunque, non è una lamentela. Non è uno sfogo. Non è una ritualità sindacale. È un atto d’accusa.
Ed è anche un avvertimento chiarissimo.
Se non arriveranno riscontri seri, concreti, immediati e verificabili, questa sarà soltanto la prima iniziativa di una mobilitazione molto più dura. Sarà l’inizio della spallata già annunciata al Questore dal nostro “Reduce” nel corso dell’incontro del mese scorso. E sarà una spallata autentica, profonda, politica, sindacale e pubblica. Perché quando si supera il limite della decenza, il conflitto non è più una scelta: diventa un dovere.
Ricordatevelo bene: voi mantenete salda la vostra poltrona soltanto perché, ogni giorno, uomini e donne in divisa continuano a garantire servizio, ordine, presenza e sicurezza nonostante il degrado che imponete loro. Siete in piedi grazie al sacrificio di chi trattate senza rispetto. E questa è forse la vostra colpa più grave: considerare infinita la pazienza di chi porta sulle spalle il peso della vostra inadeguatezza.
Alla cittadinanza fiorentina diciamo una cosa semplice e netta: se nella vostra città il tema della sicurezza è così grave e così sentito, sappiate che una parte di questa responsabilità ricade su chi umilia quotidianamente i poliziotti fiorentini. Perché non si può pretendere il massimo da personale lasciato nel degrado, mortificato nelle condizioni di vita e di lavoro, abbandonato da chi dovrebbe difenderlo e amministrato da chi pensa prima alla quiete della propria carriera che alla dignità dei propri uomini e delle proprie donne.
Eppure, nonostante tutto, quei poliziotti continuano a esserci. Continuano a lavorare. Continuano a rispondere. Continuano a servire. Ma nessuno osi fingere che sia normale. Nessuno osi raccontare che tutto questo non abbia conseguenze. Nessuno osi stupirsi se il malessere cresce, se la sfiducia si allarga, se la rabbia monta.
Perché la verità, quella che voi tentate di seppellire sotto procedure, silenzi e intimidazioni, è una sola: un poliziotto sereno rende molto di più di un poliziotto umiliato. E chi umilia un poliziotto, umilia anche la sicurezza dei cittadini.
Noi non dimenticheremo.
Noi non arretreremo.
Noi non ci faremo intimidire.
E soprattutto, noi non vi lasceremo più pace finché questa vergogna non sarà spazzata via.
Che il Futuro Vi Sia Amico!
Aversa (CE) 16 Marzo 2026
Il Segretario Generale Nazionale
Antonio Porto
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