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1 Giugno 2026

Appello alle organizzazioni sindacali della Polizia di Stato
Il Diritto allo Sciopero non è una battaglia di sigla: è una battaglia di Dignità, Costituzione e Repubblica.

OSA Polizia rivolge un appello chiaro, leale e diretto a tutte le organizzazioni sindacali della Polizia di Stato: uniamoci sulla rivendicazione del diritto allo sciopero.

Questa non è una battaglia di appartenenza. Non è una bandiera da piantare nel terreno sterile della competizione sindacale. Non è una provocazione e non è un gesto contro lo Stato. È una questione di dignità, di libertà sindacale, di democrazia del lavoro. È una battaglia che riguarda ogni sigla, ogni dirigente sindacale, ogni poliziotta e ogni poliziotto, perché senza strumenti reali di pressione nessuna rappresentanza può dirsi pienamente libera e nessuna contrattazione può dirsi davvero equilibrata.

Alla vigilia e nel solco del 2 giugno, Festa della Repubblica Italiana, questa rivendicazione assume un significato ancora più alto. La Repubblica nata dalla volontà popolare non si fonda sull’obbedienza cieca, sul silenzio imposto o sulla compressione permanente dei diritti. Si fonda sul lavoro, sulla dignità della persona, sulla partecipazione democratica, sull’equilibrio tra autorità e libertà. Parlare oggi di diritto allo sciopero per i poliziotti significa richiamare la Repubblica ai suoi valori più autentici, perché nessun lavoratore dello Stato può essere considerato meno cittadino degli altri solo perché indossa una divisa.

L’articolo 40 della Costituzione riconosce il diritto di sciopero e stabilisce che esso si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano. Proprio qui sta il punto. OSA Polizia non chiede irresponsabilità, non chiede il vuoto nei presidi di sicurezza, non chiede l’abbandono dei cittadini. Chiede che anche per la Polizia di Stato si apra finalmente una discussione seria, matura e coraggiosa su una disciplina regolata, compatibile con le esigenze essenziali di sicurezza pubblica, ma reale. Perché un diritto che non può mai essere esercitato, nemmeno dentro limiti chiari e garanzie rigorose, non è un diritto sospeso: è un diritto negato.

Per troppo tempo ci è stato detto che il tema non si può nemmeno porre. Per troppo tempo la delicatezza della funzione di polizia è stata usata come argomento per chiudere ogni confronto. Per troppo tempo il sacrificio dei poliziotti è stato considerato naturale, dovuto, scontato. Turni, notti, festivi, straordinari, reperibilità, missioni, rischi operativi, responsabilità personali, esposizione pubblica, stress, salute, famiglie sacrificate: tutto viene chiesto, tutto viene preteso. Ma quando si parla dello strumento più alto della libertà sindacale, allora il poliziotto torna a essere un lavoratore a metà.

OSA Polizia non accetta più questa contraddizione.

Il 2 giugno celebriamo una Repubblica che ha scelto di essere democratica, civile e fondata sul lavoro. Ma una Repubblica fondata sul lavoro non può ignorare la voce di chi lavora in divisa. Non può chiedere ai poliziotti di garantire ogni giorno diritti, libertà e sicurezza ai cittadini, negando poi a quegli stessi poliziotti uno strumento fondamentale di libertà collettiva. La divisa non cancella la persona. La funzione non annulla il lavoratore. Il dovere non può diventare una gabbia dentro cui la dignità resta sospesa.

La sicurezza è un servizio essenziale e nessuno lo mette in discussione. Ma proprio nei servizi pubblici essenziali l’ordinamento italiano conosce forme di regolazione dello sciopero, con preavvisi, prestazioni indispensabili, garanzie per l’utenza e limiti precisi. Se lo sciopero può essere disciplinato in settori delicati per la vita dei cittadini, allora anche nella Polizia di Stato deve potersi aprire uno spazio di ragionamento giuridico e politico per forme compatibili, responsabili e controllate di esercizio di questo diritto. Dire questo non significa indebolire la Polizia. Significa renderla più democratica. Non significa mettere a rischio i cittadini. Significa riconoscere che anche chi protegge i cittadini è titolare di diritti. Non significa sfidare lo Stato. Significa chiedere allo Stato di essere coerente con la propria Costituzione.

La Repubblica non deve temere i diritti dei suoi servitori. Deve temere, semmai, il contrario: una sicurezza affidata a lavoratori stanchi, compressi, non ascoltati, privati di strumenti effettivi di rivendicazione. Una Polizia più rispettata è una Polizia più forte. Una Polizia più libera sindacalmente è una Polizia più democratica. Una Polizia più tutelata serve meglio i cittadini e onora meglio la Repubblica.

Per questo OSA Polizia si rivolge con franchezza a tutte le sigle sindacali della Polizia di Stato: questa lotta è anche vostra. Anche voi sapete che senza diritto allo sciopero il sindacato resta più debole. Anche voi sapete che troppe trattative si consumano dentro rapporti di forza squilibrati. Anche voi sapete che spesso le rivendicazioni più giuste vengono ascoltate, rinviate, diluite, archiviate. Anche voi sapete che la rappresentanza, quando non dispone di strumenti effettivi, rischia di trasformarsi in gestione del malcontento.

Non possiamo continuare a dividerci su ciò che dovrebbe unirci. Possiamo avere storie diverse, metodi diversi, sensibilità diverse, ma davanti alla dignità del lavoratore della Polizia di Stato non dovrebbe esserci competizione. Dovrebbe esserci una sola voce. Forte. Ferma. Riconoscibile. Una voce capace di dire alla politica, all’amministrazione e al Paese che il poliziotto non è una pedina, non è una matricola, non è una risorsa da consumare senza limiti. È un lavoratore pubblico, è un cittadino in divisa, è una persona che serve lo Stato e che proprio per questo deve essere tutelata dallo Stato.

Questa battaglia viene da lontano. Non nasce nelle stanze comode, non nasce nei comunicati prudenti, non nasce nei tavoli dove si misura ogni parola per non disturbare troppo. Viene dagli agenti democratici del 1947, che ebbero il coraggio di chiedere una Polizia civile, diritti, dignità professionale e superamento delle punizioni umilianti. Viene dai poliziotti carbonari degli anni Settanta, che si riunivano quando parlare di sindacato nella Polizia significava rischiare processi, trasferimenti, isolamento, carriera spezzata, vita personale travolta. Quegli uomini sapevano che ogni passo verso la dignità avrebbe avuto un prezzo, eppure non arretrarono.

A loro dobbiamo molto più di un ricordo. Dobbiamo la possibilità stessa di parlare oggi di sindacato nella Polizia. Dobbiamo il coraggio di alzare lo sguardo. Dobbiamo la consapevolezza che la divisa non deve mai diventare silenzio, che la disciplina non deve mai trasformarsi in umiliazione, che il servizio allo Stato non può significare rinuncia alla propria dignità. Quegli uomini non lottavano per privilegi. Lottavano perché la divisa non fosse una gabbia. Lottavano perché servire lo Stato non significasse subire in silenzio. Lottavano perché la Polizia diventasse davvero civile, democratica, rispettosa dei cittadini e dei propri appartenenti.

Quei carbonari furono, nel senso più alto, uomini della Repubblica. Non perché obbedirono al silenzio, ma perché ebbero il coraggio di chiedere che la Polizia fosse pienamente dentro la Costituzione. Non tradirono lo Stato: lo resero più giusto. Non indebolirono l’autorità: la liberarono dall’autoritarismo. Non cercarono privilegi: conquistarono dignità per tutti. Il loro sacrificio ci obbliga a non trasformare la memoria in retorica, a non celebrare il passato mentre accettiamo le incompiutezze del presente.

La Legge 121 del 1981 fu una conquista storica, ma non può essere trasformata in una celebrazione immobile. Quella riforma va continuata, completata, liberata dalle sue incompiutezze. Ha riconosciuto il sindacato nella Polizia, ma non ha riconosciuto fino in fondo il potere sindacale. Ha aperto la strada alla rappresentanza, ma ha lasciato fuori lo strumento che più di ogni altro rende una rivendicazione realmente incisiva: lo sciopero. E allora oggi la domanda è semplice, persino brutale: vogliamo limitarci ad amministrare ciò che esiste, oppure vogliamo avere il coraggio di pretendere ciò che manca?

OSA Polizia sceglie la seconda strada.

Chiediamo alle altre organizzazioni sindacali di camminare con noi. Non sotto una sigla, non dietro una bandiera, non dentro una logica di primogenitura, ma dentro una battaglia comune. Chiediamo di aprire un fronte unitario per il riconoscimento di forme regolamentate del diritto allo sciopero per gli appartenenti alla Polizia di Stato. Chiediamo di costruire una proposta seria, costituzionale, compatibile con la continuità dei servizi essenziali e con la tutela della sicurezza pubblica. Chiediamo di smettere di considerare questo tema impronunciabile.

Perché impronunciabile non è il diritto allo sciopero. Impronunciabile è celebrare il 2 giugno parlando di Repubblica fondata sul lavoro e poi dimenticare il lavoro dei poliziotti. Impronunciabile è chiedere sacrifici senza dare strumenti. Impronunciabile è parlare di dignità e poi negare il mezzo più forte per difenderla. 

Impronunciabile è celebrare i carbonari e poi accettare che il sindacato resti disarmato.

Noi non vogliamo una Polizia più debole. Vogliamo una Polizia più giusta. Non vogliamo lavoratori contro cittadini. Vogliamo lavoratori rispettati per servire meglio i cittadini. Non vogliamo conflitto sterile. Vogliamo equilibrio, responsabilità e dignità. Questa battaglia riguarda la vita concreta dei colleghi: il tempo sottratto alla famiglia, le notti, i festivi, lo straordinario, la mobilità, la salute, la sicurezza, le carriere, la tutela legale, il rispetto delle relazioni sindacali, la possibilità di far pesare davvero la propria voce.

Alle sigle sindacali diciamo che il momento della prudenza rituale è finito. La prudenza, quando diventa immobilismo, non è responsabilità: è resa. Il dialogo, quando non è sostenuto da strumenti reali, rischia di diventare dipendenza. La rappresentanza, quando rinuncia a rivendicare ciò che manca, rischia di diventare amministrazione dell’esistente. OSA Polizia tende la mano a tutte le organizzazioni sindacali della Polizia di Stato perché questa vertenza deve diventare nazionale, visibile, forte, presente nelle assemblee, nei reparti, nelle questure, nelle scuole, nei tavoli istituzionali e nel Parlamento.

Facciamolo insieme. Facciamolo anche nel nome del 2 giugno, non come rituale celebrativo, ma come impegno vivo. La Festa della Repubblica non può essere soltanto una data sul calendario, una cerimonia, una bandiera esposta. Deve essere il momento in cui ricordiamo che la Repubblica è forte quando riconosce diritti, non quando li comprime; quando ascolta i lavoratori, non quando li riduce al silenzio; quando considera la dignità di chi serve lo Stato parte integrante della sicurezza democratica del Paese.

Diciamo insieme che il diritto allo sciopero, regolato e compatibile con le funzioni essenziali della Polizia, non è un attentato alla sicurezza, ma un passaggio di maturità democratica. Diciamo insieme che i poliziotti non chiedono privilegi, chiedono pari dignità. Diciamo insieme che la Costituzione non deve fermarsi davanti alla divisa.

Questa è una lotta che appartiene a tutti. OSA Polizia la porterà avanti con determinazione, ma sarà più forte se diventerà una battaglia comune dell’intero movimento sindacale della Polizia di Stato: nel nome della Repubblica nata il 2 giugno, nel nome della Costituzione, nel nome dei poliziotti carbonari, nel nome di chi ha pagato per darci il sindacato, nel nome dei colleghi che oggi chiedono rispetto, nel nome di una Polizia civile, democratica e al servizio dei cittadini.

Il diritto allo sciopero non divide il sindacato: lo rende vero.

Il diritto allo sciopero non indebolisce la Repubblica: la rende più coerente con i suoi valori.

Unirsi su questa battaglia significa scegliere da che parte stare.

OSA Polizia ha scelto: dalla parte della dignità dei poliziotti, della Costituzione e della Repubblica.

Che il Futuro ci sia Amico!

Aversa (CE), lì 01 giugno 2026

Il Segretario Nazionale Aggiunto
Claudio Cianchella
Il Segretario Generlae Nazionale
Antonio Porto

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