Chi tratta nei palazzi ascolti finalmente chi lavora ogni giorno in strada
In queste settimane è entrata nel vivo la discussione sul rinnovo del contratto del Comparto Sicurezza e Difesa. Si parla di risorse, aumenti, indennità e arretrati, con cifre lorde e percentuali che possono sembrare importanti. Ma ciò che interessa davvero ai poliziotti è capire quanto cambierà concretamente la loro vita. La domanda è semplice: questo contratto riuscirà davvero a recuperare almeno una parte del potere d’acquisto perduto, a riconoscere il rischio, il disagio, il lavoro notturno, festivo e operativo e a essere finalmente all’altezza dei sacrifici richiesti ogni giorno alle donne e agli uomini della Polizia di Stato?
Le prime impressioni, purtroppo, non lasciano molto spazio all’ottimismo. Il rischio è di assistere ancora una volta alla presentazione trionfale di un rinnovo che, nella vita reale dei colleghi, produrrà effetti ben più modesti di quelli annunciati. OSA Polizia non è ancora un’organizzazione rappresentativa e, pertanto, non può sedersi al tavolo della contrattazione. Altri negozieranno, altri decideranno e altri si assumeranno la responsabilità di firmare.
Noi, però, osserviamo quella trattativa dal punto di vista di chi vive ogni giorno la realtà operativa. Non siamo sindacalisti in giacca e cravatta che conoscono il lavoro di Polizia attraverso relazioni e incontri istituzionali. Siamo poliziotti in divisa che prestano servizio nelle stazioni, nei commissariati, sulle strade, nei reparti e negli uffici operativi. Nel tempo libero diventiamo attivisti sindacali, senza distacchi, privilegi o rendite di posizione.
Le difficoltà non ce le facciamo raccontare. Le viviamo. Conosciamo stipendi che, soprattutto nelle grandi città, non bastano più a sostenere il costo degli affitti, delle bollette, dei trasporti e delle esigenze familiari. Conosciamo i turni gravosi, i riposi saltati, le ferie rinviate, la lontananza dagli affetti, le strutture inadeguate e responsabilità sempre maggiori, spesso non accompagnate da tutele sufficienti. Per questo guardiamo alla trattativa con crescente preoccupazione. Temiamo che ancora una volta venga chiesto ai poliziotti di accontentarsi e che aumenti modesti vengano trasformati, attraverso comunicati celebrativi e dichiarazioni di soddisfazione, in una presunta grande conquista. Un contratto, però, non si giudica dalle conferenze stampa né dalle cifre lorde diffuse per ottenere un titolo sui giornali. Si giudica da ciò che resta realmente nel cedolino, dalla possibilità di sostenere
dignitosamente la propria famiglia e dal riconoscimento concreto della specificità del servizio svolto. Se il rinnovo non recupera una parte significativa del potere d’acquisto perduto, non può essere considerato soddisfacente. Se non valorizza adeguatamente chi lavora di notte, nei giorni festivi, nei servizi di ordine pubblico e nel controllo del territorio, resta incompleto. Se non affronta seriamente il tema delle indennità, della tutela legale, della formazione, delle carriere e delle condizioni di lavoro, sarà percepito dalla base come l’ennesima occasione mancata. Ed è qui che emerge la responsabilità delle organizzazioni sindacali rappresentative. Chi siede al tavolo non rappresenta sé stesso, né dovrebbe rappresentare gli equilibri del Governo o dell’Amministrazione. Rappresenta migliaia di poliziotti che affidano ad altri il compito di difenderne gli interessi. Per questo non basta dire che le risorse disponibili sono quelle e che non era possibile ottenere di più. Occorre spiegare quali richieste siano state avanzate, quali siano state respinte, quali battaglie siano state davvero combattute e quali compromessi siano stati accettati. La trasparenza verso la base non è una concessione. È un dovere. Troppo spesso si ha invece la sensazione che una parte della rappresentanza sindacale sia più preoccupata di mantenere rapporti sereni con il Governo e con l’Amministrazione che di dare voce al disagio dei colleghi. Si parla di equilibrio, realismo e senso di responsabilità. Ma queste parole non possono diventare il pretesto per accettare qualsiasi proposta. Il sindacato non nasce per spiegare ai lavoratori perché devono accontentarsi. Nasce per rivendicare condizioni migliori. Non nasce per accompagnare le decisioni del Governo, ma per rappresentare chi lavora. Non nasce per rendere accettabile un contratto insufficiente, bensì per pretendere risorse, tutele e rispetto. Una firma, da sola, non è una vittoria. Lo diventa soltanto quando migliora davvero la vita dei lavoratori. Diversamente, resta un atto utile a chi vuole chiudere la trattativa e rivendicare un risultato politico. I poliziotti, però, non possono continuare a voltare pagina senza aver mai ricevuto risposte adeguate. Da anni viene chiesto loro sempre di più, nonostante organici insufficienti, mezzi inadeguati, strutture degradate e un carico operativo crescente. Quando accade un’emergenza, lo Stato si affida ai poliziotti. Quando bisogna garantire l’ordine pubblico, controllare il territorio o intervenire in situazioni di pericolo, lo Stato chiede al poliziotto di esserci. Quando arriva il momento di riconoscere economicamente quel servizio, emergono improvvisamente vincoli di bilancio e compatibilità finanziarie. Questa contraddizione non è più accettabile. La sicurezza non può essere considerata essenziale soltanto nelle dichiarazioni pubbliche e trasformarsi in una voce di spesa da contenere al tavolo contrattuale. Uno Stato serio deve riconoscere il valore dei propri operatori con retribuzioni adeguate, indennità dignitose, tutela legale, formazione continua e condizioni di lavoro rispettose della persona. La dignità del poliziotto non è una questione interna al Comparto. Riguarda tutti i cittadini. Un operatore stanco, demotivato, sottopagato o lasciato solo non può garantire la stessa qualità del servizio. Indebolire chi garantisce la sicurezza significa indebolire la sicurezza stessa. Per questo il rinnovo contrattuale è anche una scelta politica. Dirà quale valore il Governo attribuisce realmente alla sicurezza e quanto rispetto intenda riconoscere alle donne e agli uomini in uniforme. Dirà se la vicinanza alle Forze dell’Ordine, tante volte proclamata, sarà sostenuta da fatti concreti oppure resterà propaganda. OSA Polizia non può sedersi al tavolo delle trattative, ma può e deve vigilare, informare i colleghi, confrontare le promesse con i risultati e denunciare ogni tentativo di presentare come conquista ciò che conquista non è. Non faremo opposizione per principio. Se il contratto sarà dignitoso e produrrà risultati concreti, lo riconosceremo con onestà. Ma se sarà l’ennesimo rinnovo insufficiente, non parteciperemo alla rappresentazione del successo. Non siamo nati per applaudire. Siamo nati per rappresentare la verità vissuta dalla base. E la verità, oggi, è che tra i poliziotti cresce la sensazione di essere ancora una volta chiamati a dare molto e a ricevere troppo poco. Non chiediamo privilegi. Chiediamo rispetto, un recupero economico reale, il giusto riconoscimento del rischio e del disagio, la valorizzazione del lavoro operativo e una tutela effettiva per chi agisce nell’adempimento del proprio dovere. A chi siederà al tavolo diciamo con chiarezza di non dimenticare chi rappresenta: non i palazzi, non il Governo, non l’Amministrazione, ma i poliziotti che ogni giorno indossano una divisa e garantiscono la sicurezza dei cittadini. Serve il coraggio di dire no quando una proposta non è all’altezza. Perché accettare un contratto insufficiente non è senso di responsabilità. È rassegnazione. OSA Polizia continuerà a stare dalla parte della base, senza giacca e cravatta, senza sudditanza e senza paura di esprimere un giudizio scomodo. Perché più dignità al poliziotto significa più sicurezza al cittadino. E un contratto che non riconosce quella dignità non rappresenta soltanto una delusione per i poliziotti, ma un’occasione persa per l’intero Paese. Che il Futuro ci sia Amico!
Aversa (CE) lì, 01 luglio 2026
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