QUANDO LO STATO ARRIVA TROPPO TARDI
La politica faccia un passo indietro e il Dipartimento torni a guidare realmente la sicurezza
QUANDO LO STATO ARRIVA TROPPO TARDI
La politica faccia un passo indietro e il Dipartimento torni a guidare realmente la sicurezza
Il caso Roggero non può essere liquidato con slogan o condanne pronunciate sui social.
In uno Stato di diritto la vendetta privata non è legittima difesa. Ma fermarsi qui significa ignorare il problema più grande: Roggero è anche il simbolo di uno Stato che, dopo cinque violente rapine, non è riuscito a proteggere un cittadino.
A chi continua a ripetere che l’Italia non può diventare il Far West occorre rispondere con chiarezza: il Far West comincia quando lo Stato arriva tardi, quando chi delinque viene arrestato più volte e torna rapidamente nelle stesse strade, davanti alle stesse vittime.
Le Forze di Polizia spesso fanno il proprio dovere. Identificano, fermano, arrestano. Il fallimento viene dopo: misure cautelari insufficienti, processi lenti, pene poco effettive, carceri inadeguate e assenza di strumenti realmente incisivi contro la criminalità abituale.
Continuare a chiedere genericamente “più agenti” è propaganda.
Più agenti per fare cosa, se chi viene arrestato torna libero di delinquere?
Il problema è la certezza della pena. È la capacità dello Stato di impedire che il criminale abituale continui a colpire. È la credibilità stessa della legge.
Ma uno Stato che pretende efficienza dai propri operatori deve anche formarli, affiancarli e proteggerli.
IL CASO FAKIR
La morte di Abderrahim Fakir, avvenuta a Bologna dopo un intervento della Polizia di Stato, è un fatto tragico che deve essere accertato fino in fondo. Autopsia, bodycam, testimonianze e consulenze dovranno chiarire definitivamente cause del decesso ed eventuali responsabilità.
Ma gli accertamenti non possono trasformarsi automaticamente in una condanna degli agenti.
La versione più estesa del filmato, pur non potendo raccontare da sola l’intera vicenda, mostra due giovanissimi poliziotti impegnati nel contenimento di una persona che oppone resistenza. Nelle immagini non emergono percosse gratuite o violenze incontrollate: l’intervento appare contenuto, progressivo e orientato all’immobilizzazione.
Questo non consente di anticipare le conclusioni della magistratura, ma impone una riflessione fondamentale: un esito tragico non rende automaticamente illegittimo un intervento di Polizia.
Lo Stato attribuisce alle Forze dell’Ordine il potere-dovere di intervenire quando cittadini impauriti chiedono aiuto. Quel potere comporta, quando necessario, l’uso proporzionato della forza. Se ogni intervento conclusosi tragicamente viene trasformato immediatamente in un processo pubblico contro chi è intervenuto, il rischio è enorme.
Il messaggio che arriva agli operatori diventa pericoloso: intervenire può essere professionalmente e giudiziariamente più rischioso che voltarsi dall’altra parte.
Questo non possiamo permetterlo.
Pretendiamo verità sulla morte di Fakir, ma pretendiamo anche che i poliziotti siano giudicati per ciò che hanno realmente fatto e per il rispetto delle regole operative, non per il solo fatto che l’intervento abbia avuto un esito drammatico.
Sul modello 45-bis occorre inoltre essere precisi: non è uno scudo penale. Non cancella reati, non interrompe le indagini e non garantisce impunità. Prevede una diversa collocazione processuale iniziale quando appare evidente una possibile causa di giustificazione. Gli accertamenti continuano e, se quella giustificazione non regge, si procede secondo le regole ordinarie.
La verità sul caso Bologna non sarà stabilita dal nome di un registro né dalle piazze.
Sarà stabilita dalle prove.
E proprio per questo OSA Polizia rifiuta le condanne preventive di operatori che, dalle immagini oggi disponibili, appaiono aver svolto un intervento professionalmente controllato.
I GIOVANI POLIZIOTTI NON POSSONO ESSERE LASCIATI SOLI
Il caso di Bologna impone anche un’altra domanda: quale esperienza avevano gli agenti? Quale formazione specifica? Quale affiancamento?
Non è accettabile consegnare a un giovane poliziotto una divisa, un’arma e responsabilità enormi e considerarlo automaticamente pronto ad affrontare qualsiasi emergenza.
La scuola di Polizia è indispensabile, ma non basta.
La vera formazione è sempre avvenuta sulle Volanti, accanto al collega esperto, al “maestro”, a quel masticatore di asfalto che ha fatto della strada e del servizio una missione.
Era lui a insegnare ciò che nessun manuale può trasmettere completamente: leggere il pericolo, comprendere una persona in stato di agitazione, controllare la paura, usare la forza quando necessario e interromperla quando il rischio cambia.
Oggi quel patrimonio rischia di essere disperso.
Carenze di organico, pensionamenti, turni da coprire a ogni costo e personale esperto spostato altrove hanno spezzato la trasmissione dell’esperienza.
Mettere due giovani in un’auto non significa avere una pattuglia esperta.
Quando l’Amministrazione non garantisce un vero affiancamento, espone i cittadini e gli stessi agenti a rischi enormi.
La magistratura farà il proprio lavoro e non farà sconti. Ma l’Amministrazione non può pretendere la perfezione da chi è stato mandato sulla strada senza esperienza sufficiente.
Un giovane agente non può diventare il capro espiatorio di un sistema che lo ha formato male, impiegato troppo presto e lasciato solo nel momento più difficile.
Le responsabilità individuali spettano alla magistratura.
Le responsabilità organizzative spettano all’Amministrazione.
LA POLITICA FACCIA UN PASSO INDIETRO
La sicurezza non può essere governata attraverso slogan, decreti simbolici e campagne elettorali.
La politica si è intromessa troppo spesso, e in modo incompetente, nella gestione tecnica della sicurezza pubblica.
Un poliziotto non è un numero da aggiungere a una statistica.
La sicurezza è formazione, esperienza, addestramento, equilibrio, capacità decisionale e certezza delle conseguenze per chi delinque.
La politica deve approvare le leggi, destinare risorse e assumersi le proprie responsabilità. Non deve sostituirsi a chi conosce realmente le strade.
Il Dipartimento della Pubblica Sicurezza deve tornare a essere l’attore principale.
Deve indicare al Governo e al Parlamento quali norme servono, quanti agenti occorrono, come devono essere formati, per quanto tempo devono essere affiancati e secondo quali criteri devono essere composte le pattuglie.
Deve avere il coraggio di dire quando una legge non funziona, quando un percorso formativo è insufficiente e quando una scelta politica mette in pericolo cittadini e operatori.
Abbiamo poliziotti coraggiosi, ma troppo spesso consegniamo loro stelle di latta: norme inefficaci, strumenti deboli, formazione insufficiente e responsabilità enormi.
Non chiediamo vendetta.
Chiediamo uno Stato forte, giusto e credibile.
Uno Stato che protegga le vittime, punisca chi delinque e non abbandoni i propri poliziotti.
Il Far West nasce quando il criminale non teme la pena, il cittadino non si sente protetto e il giovane agente viene mandato allo sbaraglio.
La politica faccia un passo indietro.
Il Dipartimento torni a guidare realmente la sicurezza.
L’Amministrazione riporti i maestri accanto ai giovani poliziotti.
Perché la sicurezza non è propaganda.
È il primo diritto del cittadino e il primo dovere dello Stato.
Che il Futuro ci sia Amico!
Aversa (CE) lì, 06 agosto 2026
Antonio Porto
Segretario Generale Nazionale
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