MENO ORGANIGRAMMI, PIÙ POLIZIA

Da troppo tempo la Polizia di Stato viene riorganizzata dall’alto mentre chi indossa una divisa continua a vivere ogni giorno una realtà fatta di carenze, aggressioni, responsabilità enormi e una crescente sensazione di solitudine. 

Si parla continuamente di nuovi assetti, razionalizzazione, efficienza, rimodulazione degli uffici e presenza sul territorio, ma il rischio è che dietro queste formule si perda di vista il problema principale: il Poliziotto che lavora sulla strada e che rappresenta, spesso da solo, il volto concreto dello Stato davanti ai cittadini. 

L’Atto Ordinativo Unico ha ridisegnato ancora una volta l’organizzazione della Polizia di Stato sul territorio, ma la domanda che dobbiamo avere il coraggio di porre è molto semplice: tutto questo ha davvero migliorato la sicurezza e le condizioni di lavoro della base oppure ha finito soprattutto per produrre nuovi equilibri organizzativi e nuove prospettive di carriera ai livelli dirigenziali? 

Perché la sicurezza non nasce da un organigramma. Nasce dalla capacità di avere uomini nelle strade, investigatori negli uffici, personale formato, esperienza operativa e tempo per svolgere realmente il mestiere di Poliziotto. 

È proprio questo patrimonio che rischiamo di perdere. 

Negli ultimi anni troppi operatori sono stati trasformati in esecutori di procedure, sommersi da adempimenti burocratici che sottraggono energie all’attività di prevenzione e investigazione. Si interviene, si corre, si affrontano situazioni sempre più violente e poi si trascorrono ore a ricostruire ogni passaggio attraverso carte, relazioni e procedure che finiscono spesso per prendere il sopravvento sul lavoro di Polizia vero e proprio.

 Eppure il nostro compito non dovrebbe essere soltanto quello di arrivare quando tutto è già accaduto. 

Una Polizia moderna deve essere capace di conoscere il territorio, interpretare i segnali, collegare le informazioni, individuare i fenomeni criminali e intervenire prima che il reato produca nuove vittime. La prevenzione e l’investigazione dovrebbero tornare ad essere il cuore della nostra funzione, non un’attività residuale sacrificata sull’altare della burocrazia. 

Nel frattempo chi lavora in strada continua ad affrontare una realtà sempre più dura. Il Poliziotto deve decidere in pochi secondi, spesso in condizioni di enorme tensione, sapendo che ogni gesto potrà successivamente essere analizzato per mesi. Deve proteggere il cittadino, il collega, se stesso e perfino chi in quel momento lo sta aggredendo. 

È una responsabilità enorme. 

Ed è qui che nasce una delle ferite più profonde vissute dalla base. 

Il rispetto per la Magistratura e per il suo ruolo costituzionale non può impedirci di dire che esistono decisioni e interpretazioni che vengono percepite dai Poliziotti come profondamente lontane dalla realtà operativa. Chi affronta una situazione violenta in pochi secondi non può essere giudicato come se avesse avuto tutto il tempo necessario per valutare ogni possibile alternativa. 

Se il Poliziotto comincia ad avere paura non soltanto di chi ha davanti, ma anche delle conseguenze del proprio intervento, allora abbiamo costruito un sistema che rischia di indebolire lo Stato proprio nel momento in cui dovrebbe essere più forte. 

La base è stanca delle parole di circostanza dopo ogni aggressione. È stanca della solidarietà che dura lo spazio di un comunicato. È stanca di sentirsi definire indispensabile e poi di essere lasciata sola quando serve davvero. 

Il problema non è creare una contrapposizione tra dirigenti e personale operativo. Il problema è ristabilire le priorità. 

Non possiamo continuare a investire energie nel ridisegnare strutture se poi chi lavora sulla strada continua a sentirsi abbandonato. Non possiamo parlare di efficienza mentre l’attività investigativa viene progressivamente compressa. Non possiamo celebrare la modernizzazione della Polizia se poi il Poliziotto reale continua ad affrontare il proprio turno con organici insufficienti, carichi di lavoro sempre più pesanti e una tutela percepita come sempre più fragile. 

Per questo OSA Polizia considera indispensabile riaprire una grande riflessione nazionale sulla rivalutazione dell’attività investigativa e sul ruolo stesso del Poliziotto. 

Dobbiamo recuperare esperienza, professionalità, capacità di osservazione e conoscenza del territorio. Dobbiamo restituire valore a chi sa indagare, prevenire e comprendere i fenomeni criminali prima che diventino emergenze. 

La tecnologia può aiutare, ma non sostituirà mai l’esperienza di chi conosce davvero la strada. Una banca dati non pensa. Una telecamera non indaga. Un algoritmo non possiede intuito investigativo. 

Dietro ogni risultato ci sarà sempre un uomo o una donna in divisa. 

Ed è proprio a loro che il Dipartimento dovrebbe tornare a guardare. 

A chi monta sulla Volante, a chi lavora nelle Squadre Investigative, a chi entra in una casa senza sapere cosa troverà dietro una porta, a chi affronta ogni giorno persone violente, criminali e situazioni imprevedibili. 

Quella Polizia non chiede privilegi. 

Chiede rispetto, tutela e la possibilità di fare davvero il proprio mestiere. 

Gli organigrammi cambiano, gli incarichi passano e i Governi finiscono, ma ogni notte una macchina della Polizia continuerà a percorrere le nostre città e quando la radio chiamerà qualcuno partirà. 

È a quel Poliziotto che dobbiamo pensare prima di ogni riorganizzazione. 

Perché la sicurezza non si costruisce aumentando le caselle di un organigramma. 

Si costruisce restituendo forza, autorevolezza e dignità a chi ogni giorno rappresenta lo Stato sulla strada. 

Meno organigrammi. Più Polizia.

Aversa (CE) lì, 07 settembre 2026

Antonio Porto

Segretario Generale Nazionale

                                                                                               O.S.A. Polizia

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